Colori d'autunno

Colori d'autunno
“ Storie che vanno via veloci disperdendosi al vento come fili di fumo. Il fumo è testimone di un fuoco. La legna finisce, il fuoco si spegne. Rimane l’odore del fumo, che è ricordo. Del fuoco resta la cenere, che è memoria. Rovistando tra la cenere si pensa al fuoco che fu. Ricordare fa bene, è un buon allenamento per resistere e tirare avanti.” (Mauro Corona)

lunedì 16 aprile 2018

Colli Euganei: LA CASA RURALE DI CAMPAGNA - Usi, tradizioni, materiali, di una passata civiltà contadina


Dal Monte Brecale, una veduta sulla campagna euganea e il Lozzo


Quante volte è capitato, durante un itinerario sui Colli Euganei, di imbattersi in vecchi manufatti abbandonati, coperti da piante rampicanti o aggrovigliate sterpaglie che ne nascondevano l’originale aspetto. Oppure in altri, abitati da gente legata ancora alle proprie tradizioni, ai ricordi di una vita, a quei luoghi così cari e amati. Come amate sono quelle mura umide e fuligginose, impregnate d’antica vita che il tempo non ha mai cancellato.

Casa Bolcato sul M.Cecilia
Questa è la prova dell’innato amore che la gente contadina ha per la propria terra; una terra, a volte, difficile da governare, dove non sempre si ottengono i risultati sperati. Nonostante ciò, lo spirito fiero e ostinato di questa gente, ha fatto sì che continuassero la loro opera d’insediamento, integrandosi perfettamente con il circostante paesaggio euganeo. In questi luoghi, un tempo sconosciuti, hanno edificato la propria casa, dando origine a una nuova vita, a una nuova fede, a nuovi sentimenti. Hanno voluto radicare qui le loro convinzioni e tramandarle di padre in figlio, facendole arrivare fino ai giorni nostri. La cultura contadina è, e resterà, una pietra miliare del nostro tempo, dove l’industrializzazione sta sempre più prendendo il sopravvento su quello che era il genuino vivere di una volta. 


Nel costruire un’abitazione, la principale cura era naturalmente la scelta del sito. Il versante doveva essere il più possibile bene esposto e soleggiato. Si preferiva ovviamente il sud; ma anche versanti rivolti a oriente o a occidente erano ugualmente buoni. Il versante rivolto a nord era evitato con cura; e così le valli sulle quali incombevano rilievi collinari che con la loro persistente ombra rendevano l’ambiente freddo e malsano. La buona esposizione, oltre che essere salutare, era gradita anche agli uomini e agli animali, consentendo il trasporto e l’uso dei carri anche nella peggiore stagione invernale, quando il terreno diventava ghiacciato e sdrucciolevole. In un versante ben soleggiato, l’edificio era orientato il più possibile con il prospetto principale verso sud.

Mucca e vitelli al pascolo - M.Lozzo
La stalla, era posta in un fabbricato retrostante; negli edifici in linea, l’agricoltore si preoccupava che comunque l’alloggio degli animali fosse rivolto a nord. Gli animali, infatti, soffrono di più la calura dell’estate, con i miasmi e i fermenti delle urine e dei letami, che non i rigori del freddo. Il terreno era preferibilmente piano. Se la casa era in collina, si cercava un pianoro sufficientemente capace a ricavare la corte per i lavori e per i movimenti del bestiame e dei carri. Si evitavano con cura i crinali, perché troppo esposti ai venti e troppo in vista. Se la costruzione doveva essere fatta in zona alta, essa si trovava opportunamente sotto la cresta (in ramocia), mai sul culmine. Per ragioni di sicurezza, l’edificio non poteva essere troppo in vista, ma doveva consentire tutta un’ampia osservazione. Era buona regola che la casa fosse visibile almeno da un’altra casa in maniera tale che, in caso di emergenza (assalti, ruberie, incendi, disgrazie), potesse essere possibile invocare un rapido soccorso. Il segnale era dato di casa in casa, alla voce, con alte grida, ma anche in altri modi, battendo forte su recipienti di latta o accendendo un fuoco nella notte, fin che il campanaro non avesse repentinamente suonato le campane a martello. Quello era il massimo segnale di emergenza. E tutta la gente accorreva sul luogo del pericolo, con zelo e abnegazione, dimenticando in quel momento qualche torto o vecchi rancori. Il terreno doveva essere solido e non franoso.


Casa rurale sul Monte Santo - Lovertino

I terreni franosi sono molto frequenti nei Colli Euganei. A volte si tratta di strati alluvionali e in precario equilibrio, di antichi accumuli all’interno di camini vulcanici o di lenti marnose. Tra i primi ricordiamo tutto il versante che va dalle ultime pendici del Venda (Pedivenda), fin giù in prossimità del cimitero di Faedo. La cronaca ricorda che almeno due volte la chiesa di Faedo è stata ricostruita a causa di smottamenti. Il contadino, in ogni luogo dei Colli, teneva ordinate le canalette e i fossati, sgombri da terriccio, foglie e da vegetazione. E dopo ogni pioggia abbondante, il primo lavoro da fare, appena uscito il sole, era la pulizia e il riordino delle canalette: smesso di piovere, la terra ancora umida rendeva meno gravoso il lavoro. A volte il contadino usciva durante gli abbondanti acquazzoni estivi a osservare il regolare corso delle acque piovane e a ritoccare dove l’opera fosse meno perfetta. Occorre però aggiungere, a proposito del sito, che anche il variare dei venti influiva nell’ubicazione della casa. Venivano evitati non solo i crinali, ma anche le posizioni esposte verso l’imboccatura di strette valli e di calti, perché qui la corrente d’aria è più frequente, anche nella buona stagione. Si riteneva che le correnti d’aria portassero danno agli animali che mettevano un pelame fitto e irsuto, ed anche alle piante i cui fiori, raffreddati dai venti, avrebbero dato minor frutto. Altrettanto importante, se non di più ancora, era la vicinanza a sorgenti d’acqua buona.

Fonte Regina - Torreglia
Alcune danno acqua perenne e molto abbondante. Famosa è quella del Buso dea Casara, sotto il Venda, nel versante verso Valnogaredo che in epoca romana pare contribuisse ad alimentare d’acqua persino la lontana Atene. E, di fatto, in tutta la zona affiorano di tanto in tanto dei robusti e ancora ben conservati tubi di trachite e anche di pietra di Nanto. Attorno alle sorgenti si formavano i gruppi di case più consistenti. L’acqua era raccolta con i secchi portati a spalle da un apposito attrezzo chiamato “bigolo”. I secchi erano di legno. Le *sorgenti si distinguevano per il differente sapore dell’acqua che a volte sapeva vagamente di ruggine, altre ancora aveva il sapore amarognolo della radice del castagno. Verso le valli invece, non era insolito trovare sorgenti dal sapore di zolfo o quello dell’acido solforico dal vago sapore di uova guaste (ovi sguaratoni). Dove la natura era avara di vene d’acqua, sorgeva qua e là qualche pozzo, per la verità non molto di frequente. Il pozzo poteva essere utilmente scavato nelle valli ai piedi di colline, o lungo i calti; ma era diffusa l’idea, forse fondata, che le acque stagnanti di pozzo non fossero sane e cagionassero malanni o addirittura epidemie. Le fontane erano luogo d’incontro, dove ci si poteva scambiare quattro chiacchiere e dove la gioventù aveva occasione di vedersi e di provare le prime simpatie e le prime ansie d’amore. Alla fontana si andava di solito con piacere. C’era chi lavava i panni, chi portava le bestie ad abbeverarsi. Il sito era recintato da siepe sempre viva di arbusti spinosi, o di aceri tenuti costantemente bassi o di teneri virgulti adatti a fare i canestri (canestreli). Scavalcare la siepe era segno di grave offesa e il fatto doveva sempre avere delle spiegazioni. A volte, quando la casa era ricca e la famiglia importante, la recinzione era in muratura. Si usava la trachite informe su spessori di circa quarantacinque centimetri con, al di sopra, un ricorso di mattoni posti a coltello. In qualche caso il mattone era sagomato e si svolgeva in profilo ricurvo. Al posto dei mattoni poteva esserci anche un ricorso di pietrame trachitico il più scabroso e irregolare possibile per fornire pochi appigli a chi tentasse di scavalcare.

Fonte Farnea
L’altezza della recinzione era all’incirca di due metri e venti circa. In corrispondenza della via che portava alla casa, si apriva un ingresso munito di due robusti pilastri sempre sormontati da un motivo ornamentale. I pilastri, mediante robusti cardini di ferro (cancani), reggevano spesso elegantissimi cancelli. Le recinzioni non erano mai in rete metallica; ed esse in ogni caso riguardavano solo il sito e il suo intorno.  Campagna e collina serpeggiavano di viottoli e tratturi liberi da ogni impedimento, dove l’uomo e i suoi animali da secoli e  millenni erano abituati andare. Le strade erano strette, nella misura di una barella: raramente la loro dimensione superava i tre metri. Erano, naturalmente, con il manto di terra sopra il quale periodicamente veniva steso uno strato di pietrisco calcareo che con l’acqua piovana e con il passaggio dei carri acquistava presto notevole tenacità. Le pendenze delle strade erano dettate dalla normale capacità dei buoi a trascinare la barella. Qualche volta, dove la natura dei luoghi non consentiva differente soluzione, la pendenza era aspra. Ricordiamo la strada che conduce a Cornoleda, quella che porta a Castelnuovo; quella che sale per Arquà Petrarca e, lungo il Monte Fasolo, a Roverello. Era una pena assistere alla durissima fatica degli animali su per tali strade. Allora i contadini si attendevano a vicenda e ognuno staccava il proprio paio di buoi per aiutarsi a vicenda. 


Prospetto di casa rurale a Lovertino

L’esterno della casa rurale era sobrio e in stretto rapporto con gli spazi interni, i quali erano disposti organicamente secondo le funzioni che erano destinati ad accogliere. Nella casa più povera ed elementare, al piano terra vi era una sola stanza, nella quale si svolgevano tutte le attività domestiche del giorno. In generale, il piano terra era costituito da più vani. In mezzo al prospetto si apriva l’ingresso che poteva ospitare anche la scala, solitamente in legno, per accedere al primo piano. A sinistra dell’ingresso poteva esserci l’ampia cucina, col caminetto e il secchiaio.

Vecchio forno in pietra per cuocere il pane
Il
tinello, serviva anche da pranzo quando c’erano gli ospiti o durante le solennità dell’anno, come il Natale, il Capodanno, la Pasqua e la festa del Santo Patrono che era giorno di sagra. Dalla cucina, per una porta sulla parete posteriore, si poteva accedere a uno stanzone che fungeva da disbrigo e, qualche volta, da cantina. In certi casi questo stanzone poteva essere usato come disbrigo cantina e stalla. Rispetto alla quota del cortile, il piano terra era generalmente sopraelevato di uno o due gradini, raramente di tre: questo per evitare che le acque piovane e le foglie portate dal vento potessero entrare in casa. Il vano della porta era incorniciato da spalle e da architrave in pietra trachitica (meale). Nelle case povere dove questo lusso non era concesso, erano sufficienti delle fasce d’intonaco un po’ rilevato a fingere la nobiltà delle cornici in pietra. Sovente, a lato dell’ingresso, vi era una pietra che fungeva da panchina, dove si sedeva l’ospite frettoloso o più alla mano, per bere un bicchiere di vino. Su quella pietra il contadino, dopo il lavoro del giorno, attendeva la frugale cena della sera. Su quella pietra era tollerato che la promessa sposa si intrattenesse col fidanzato, fino a tardi. La porta era in legno, generalmente con doghe verticali all’interno e orizzontali all’esterno. La chiusura era assicurata da catenaccio, gancio e merletta. Il pavimento nelle case più povere era in terra battuta: uno strato di circa quindici centimetri di argilla o terra creta impastata con poca calce e battute col “pistello”.  Appena il contadino se lo poteva permettere, eseguiva il pavimento in cotto, con mattoni di dimensioni pressappoco come gli attuali, disposti a spina di pesce o a correre. Ogni anno, verso l’autunno, si impregnava il pavimento di feccia d’olio per preservarlo contro l’aridità e contro il gelo.



Su di un angolo della cucina vi era un secchiaio (
seciaro), spesso ricavato in unica pietra trachitica o in pietra che si cava a Sant’Ambrogio di Verona e che si chiama appunto secciar. Sopra il secchiaio vi erano appesi due secchi di legno con attaccata la “cassa”, dove ognuno faceva, familiare o no, il proprio disbrigo. Il caminetto era nell’ambiente della cucina, di solito tra le due finestre di prospetto. Era quindi posto a sud, perché tirava di più e perché, scaldandosi alla sua fiamma si poteva osservare chi andava e chi veniva. Non vi erano mai due caminetti nella stessa stanza perché uno dei due inevitabilmente “faceva fumo”, mandandolo in giro per la stanza. Il camino era formato da una robusta soglia in pietra trachitica (piera de fogolaro), dello spessore di circa venti centimetri, poggiante su due tratti di muratura, in modo che l’altezza sul pavimento fosse all’incirca quaranta centimetri. Al centro la soglia presentava un incavo che serviva per avvicinarsi di più al fuoco alla donna che faceva la polenta (menare la polenta). La soglia non era proprio a contatto con le braci vive, poiché il fuoco vi si sviluppava un poco più in là, sull’arola. Era formata da mattoni posti a coltello, solitamente del tipo refrattario al calore. Se la soglia era a lungo a contatto con la viva fiamma, per quanto di buon spessore fosse, alla fine si spaccava in due parti. Forse il termine “arola” deriva da “aiuola”, piccola area.



Sull’arola calda, liberata dalle ceneri e ben pulita con un panno bagnato, veniva posto a cuocersi lo “
schizzotto”, che era la frugale focaccia di farina bianca impastata solo con acqua e sale. Sulla parte interna veniva posta, di fronte, una specchiatura in pietra con un’intaccatura, dove si appoggiava il recipiente di rame (ramina, caliera) per fare la polenta. Le spalle del camino erano in mattoni, ma potevano essere anche in bella pietra lavorata. La cappa solitamente era retta da una grossa trave di legno. Talora la soglia era notevolmente ampia e sopra di essa poteva prendere posto una seggiolina dove si sedeva qualche volta il più infreddolito. Il vecchio prendeva posto nel suo “caregon”, robusta sedia di legno e paglia, più alta del normale e munita di braccioli. La canna fumaria era solitamente esterna al muro, in modo che il fogolare, prendesse meno spazio. Allargandosi essa alla base a mò di bottiglia ne derivava la particolare forma all’esterno dei caminetti. La canna era alta, ed era buona norma per il tiraggio che terminasse almeno sopra il colmo del tetto. Vari e alcuni molto belli erano i comignoli dei caminetti, costruiti in modo che il fumo potesse da ogni lato uscire liberamente senza che improvvisi colpi di vento lo riportasse indietro. Le stufe non si usavano se non raramente, mai comunque nelle case povere. Per riscaldare le mani e i piedi infreddoliti, si poteva usare il braciere che era fatto in rame, anche ben lavorato, e prendeva il nome di “scaldino”. Si chiamava invece “fogara” il braciere che, posto dentro la “munega”, riscaldava il letto ed era riservato solitamente per i bambini e per i vecchi.

Fogàra e munega
Si accedeva al primo piano mediante scala di legno. Il primo piano era occupato dalle stanze da letto che erano tra loro passanti, senza corridoio. Se la casa era discretamente grande, nella parte posteriore occupava posto il
granaio e, a volte, anche il fienile (tesa). Il solaio era costituito da travi di legno di castagno con interassi intorno ai trenta centimetri sui quali era steso un buon tavolato, a volte a doppia trama, di legno di pioppo (albara). Le finestre erano di varia forma, secondo il piano e il tipo di vani sui quali si aprivano. Quasi sempre di piccola dimensione. Qualche volta all’esterno erano inquadrate da cornice in pietra trachitica.

Casa rurale a Castelnuovo
Le finestre delle stalle erano ancora più piccole ed erano talora costruite ad arco o a lunetta. Erano per lo più munite di inferriate per proteggere la stalla dall’ingresso furtivo dei ladri. Anche gli scuri (
balconi) potevano essere di varia fattura: a due ante quelli dei vani abitati dall’uomo, a una sola anta, talvolta con i cardini in alto, quelli delle stalle. Il legno degli scuri era in castagno o in pioppo. 

Vecchia casa a Lovertino












Attraverso questo viaggio che ci ha portato a scoprire com'era, una volta, il vivere contadino, terminerei col darvi un consiglio: quando ci avviciniamo a queste “memorie del passato”, fermiamoci a osservarle, curiosi di scoprirne i più intimi segreti, corriamo con la fantasia immaginando come poteva essere la vita all’interno di esse; perché, come abbiamo visto, niente veniva lasciato al caso, tutto aveva un senso, una logica. Ed è per questo che, ancora oggi, possiamo toccare con mano e vedere con i nostri occhi, questi inestimabili tesori che la gente di allora ci ha lasciato, affinché potessimo anche noi renderci conto, di ciò che voleva dire “amare la propria terra”. 

Testo liberamente tratto dal volume "L'analisi del paesaggio" di Loris Fontana


* Vedi anche:
 www.euganeamente.it/le-sorgenti-dei-colli-euganei



LA CASA RURALE NEI COLLI EUGANEI


Lovertino

Arquà Petrarca

Monticelli

Fontanafredda

Sentiero "Ferro di Cavallo" - Battaglia Terme







Particolare delle mura esterne di una casa rurale - Fontanafredda


Particolare balconi e comignolo - Fontanafredda


UTENSILI E ATTREZZATURE






Pala per frumento e cereali - Setaccio per granturco


Interno di una casa contadina fine '800

            Setaccio e Pala 




   







“In campagna, dopo una giornata di lavoro, gli uomini alzavano il bicchiere di vino all’altezza del viso, lo osservavano, gli facevano prendere luce prima di berlo con cautela. Gli alberi centenari seguivano il loro destino secolo dopo secolo e una tale lentezza rasentava l’eternità.”   (P. Sansot)


mercoledì 14 febbraio 2018

COLLI EUGANEI: Amati sentieri



Le prime ore del mattino, donano linfa alla natura (Colli Euganei)

Non potevo esimermi dal scrivere una poesia sui miei amati sentieri. Non potevo proprio. Li percorro da anni, attraverso la meravigliosa natura del Parco Regionale dei Colli Euganei, incontrando ogni volta nuove emozioni e nuove gioie. Ciascun sentiero ha una sua storia, una sua natura e ogni sentiero può racchiudere un suo segreto, un amore nascosto, un eterno mistero risalente a chissà quale passato. “I sentieri sono quaderni riempiti di parole, suoni, profumi, aliti. Lunghi quaderni, sinuosi e ripidi.” scrive Mauro Corona nel libro “I Misteri della Montagna”. Un sentiero può anche trasmetterci stati d’animo diversi, non sempre in sintonia con le nostre reali capacità.

Sentiero impervio sul M.delle Grotte
(Colli Euganei)
A volte può essere faticoso, irto d’insidie verso le quali il nostro fisico è messo a dura prova da impervie salite o su tratti di percorso dove ogni ostacolo sembra insuperabile. Niente paura, ci pensa la natura ad allietarci lo spirito, mostrandoci le sue innumerevoli bellezze, facendoci annusare i suoi profumi o ascoltare i suoni del bosco. E quando vediamo che la meta è prossima a venire, allora tutto si realizza, si fa assoluto e incomparabilmente bello. Non si sente più la fatica e, come d’incanto, il cuore si rilassa facendoci sentire fieri di aver portato a termine la "nostra impresa”. 

Non è abbastanza fare dei passi che un giorno ci condurranno alla meta, ogni passo deve essere lui stesso una meta, nello stesso momento in cui ci porta avanti.(Goethe) 

L’ispirazione per questa poesia, mi è venuta, come spesso accade, percorrendo un sentiero degli Euganei in solitaria, in una giornata d’inverno, dove la natura sembrava ben disposta a darmi una mano per comporre dei versi. Mentre camminavo, tutto intorno a me parlava di ciò che stavo vivendo in quel preciso momento: la natura dettava ed io scrivevo. Ogni cosa, anche la più esile, era sfiorata dal mio sguardo attento che in cambio otteneva frasi di autentica emozione: stati d’animo che solo in certe occasioni si è disposti a raccogliere. E così, eccomi qua, con questo nuovo componimento che vuol essere un inno alla primordiale bellezza di questi sentieri ma anche agli incantevoli scenari naturali presenti nei Colli Euganei; una terra piena di fascino dove, ogni cosa, si trasforma in poesia.


"Galleggiano i miei passi sul colorato pendio vestito di castagno..."


AMATI SENTIERI   



Amati sentieri,                                                                                     eterni sussurri di primordiali eruzioni,
templi silenziosi d'euganea bellezza
dove l'udito s'addormenta
al lieve canto del bosco.

Respiro l'attimo
con sommessa pace,
incarnando l'animo
alla quiete del vento.

Un pallido sole farcito di nebbia,
vela di rosa la luce del mattino
mentre il fiato si condensa in vapore,
alzandosi come incenso
tra le nude fronde degli alberi.

Galleggiano i miei passi


sul colorato pendio vestito di castagno.
Lo scrosciar delle foglie
è simile a uno  sciabordio d'onde,
che si adagia sugli austeri fianchi
macchiati d'erba matura e muschio.

L'elleboro e il bucaneve
trasmettono note di soave incanto,
risvegliando lo sguardo
a una futura primavera.

S'apre il sentiero
sull'accecante bagliore
di avvolgenti nubi
che abbracciano con grazia lunare, 
la sommità dei Colli.

Sono al centro della vita. 

Vita che penetra
in ogni parte del corpo,
riempiendomi i polmoni
d'aria pura e libertà.

Pregusto l'idillio
della prossima meta:
sarà come assistere
all'eterea visione
di un nuovo universo.


M.Guercini






Sentiero di Rocca Pendice (Colli Euganei)


Sentiero sul Monte Lozzo (Colli Euganei)




Camminando sui sentieri dei Colli Euganei (M.Lozzo)







"I piedi sono come la penna per lo scrittore: il concetto parte dal cervello, corre lungo il braccio, la mano, e finisce sulla punta dello strumento che scrive. Così i passi. Quel che frulla nella testa del camminatore scivola lungo il corpo, le gambe, le scarpe e si imprime sul sentiero come sulla pagina scritta. Una pagina lunga millenni e chilometri senza fine." (M.Corona)

martedì 16 gennaio 2018

Il mio angolo di poesia


Barconi a riposo lungo il canale Battaglia 

Una poesia suggeritami dalla voce del vento che riempiva di magia quei dolci attimi vissuti durante una passeggiata lungo l'argine del canale Battaglia (o “della Battaglia”, come riporta qualche testo). Una fertile meta in cui i momenti di solitudine, si trasformano in liberi pensieri, in autentiche emozioni; il luogo ideale dove poter meditare, circondato dalle benevole e rilassanti atmosfere del paesaggio. Stati d’animo per lo più originati da “flash visivi” che il mio sguardo catturava durante il costante e rettilineo cammino, osservando nelle sue peculiarità, tutto ciò che la natura mi metteva davanti agli occhi. Prontamente, le annotavo sulle pagine del mio inseparabile taccuino riempiendo di brevi frasi, descrizioni e annotazioni quei bianchi spazi che, in poco tempo, si riempivano di nero inchiostro. Alla fine, ricomponendo quanto scritto, avevo la sensazione di srotolare un rullino composto da tanti fotogrammi che attendeva soltanto di essere sviluppato e stampato su carta. Immagini in versi, che scivolano via libere nell’aria tra i ricordi di un tempo e le note soffuse della sera che avanza.


Villa Molin s'affaccia sul canale Battaglia



CAMMINANDO SULL'ARGINE



Argine solitario,
grigia scia d'asfalto,
spirituale presenza
sui miei passi lenti e meditati;
scrigno di memorie per le amate sponde
dove l'acqua scorre
come lo scorrere del tempo.

Superba nel suo tacito candore
s'affaccia l'immortale Villa,
peccatrice di civettuola vanità
al cospetto di Narciso.

Sul verde terrapieno,
vetusti gradini scandiscono la storia
e le animate grida dei barcari
risuonano nell'aria
con la monotonia di un mantra.

Da una parte all'altra della riva,
un volo d'anitre
punteggia la medievale quiete del canale:
frequenza di cerchi
in una giocosa disputa d'amore.


Desolata terra
solcata da rivoli d'argento,
indugia nel respirare
il gelido soffio dell'inverno!
Immergi la tua fertile mano
nelle profondità dell'anima
sradicando nuova vita!

Una farfalla 
posa il suo candore
tra i chiusi petali di un fiore,
prima di alzarsi in volo
per l'ultimo bacio 
al giorno che muore.

Strisce d'ovatta
immerse nel rosa del tramonto,
galleggiano nel cielo;
l'opaco sole si eclissa dietro
la cartazucchero dei Colli.

Sale sovrano l'urlo della sera
che mi affida echi di paterna voce,
stella polare sul mio incerto esistere.

L'acqua s'addormenta
cullata dalla luna,
nell'indefinito riflesso
di un tremulo chiarore.


M.Guercini

                    



Ed ora... Buon ascolto!












domenica 31 dicembre 2017

COLLI EUGANEI: I borghi Euganei nel Medioevo


La chiesa di Calaone e, ai piedi del M.Castello, l'abitato di Este

Ogni qualvolta attraverso un borgo caratteristico dei Colli Euganei, vi sono alcuni quesiti che mi passano per la testa; interrogativi che immancabilmente incontrano la mia curiosità di appassionato escursionista, amante della bellezza e dell’originalità di questi luoghi. Uno di questi è poter conoscere la  toponimia di questo o quel paese. Da dove nasce il nome? Qual è il suo significato, la sua storia? Ecco che pian piano, come d'incanto, mi sento risucchiare da un vortice immaginario, una specie di macchina del tempo che mi catapulta in un’epoca dove tutto ha avuto inizio. Un’epoca buia e misteriosa contrassegnata da continue lotte intestine fra compagini comunali che portarono all’inevitabile nascita e sviluppo di potenti Signorie. Intorno a me, chiese, palazzi, imponenti fortificazioni, vie scure e anguste dall’odore acre e stantio dell’eterna immortalità. Ero piombato in pieno Medioevo!


Veduta su Valle S.Giorgio, Calaone e i monti Castello e Cero


Sui Colli Euganei, l’avvento del Medioevo portò alla bonifica, al disboscamento e dissodamento di “garbi” e “vegri”, alla nascita di “ville” e soprattutto all’edificazione, sui luoghi elevati, di castelli e fortificazioni, dove si stabilirono conti e feudatari. Molti terreni, già messi a cultura, furono riconquistati dai boschi (si pensi al toponimo Villa del Bosco – oggi S. Biagio – presso Praglia) o lasciati incolti (Vegro, Vegrolongo) o divenuti paludosi (Palù, Palugana); lupi e altri animali selvatici contesero agli uomini il poco cibo (Luvigliano o “Lupillanum”). Nel periodo che va dal 1000 al 1200, in cui tutte le forme dello sviluppo e della vita erano dominate da castelli, roccaforti e monasteri, il territorio euganeo si arricchì di una complessa rete stradale minore e di nuovi determinanti urbani sui quali si definirono gli sviluppi futuri. Ai borghi più antichi, altri se ne aggiunsero.

Arquà Petrarca
Arquà’, non è altro che la proiezione di preistorici impianti palafitticoli. L’insediamento si pone a mezza costa lungo un piccolo dorsale, quasi per mimetizzarsi, a rispettosa distanza, dalla Rocca di Monselice e dal Castello di Ezzelino sul Monte Ricco. Il toponimo deriva dal latino Arquata o Arquata Montium che significa ‘arco di monti’ e indica la sua posizione su di un’altura circondata da una corona di colline. La sua esistenza è provata per la prima volta in un documento del 985 con la citazione del “Castro Arquadae”. La sua pieve di S. Maria è ricordata in un atto del 1026. Teolo è tra i borghi più antichi. Si chiamava Titulus, da una lapide del 141 che segnava il confine tra Este e Padova e apparteneva al Comitato vicentino. Nel 963 vi è un documento che lo ricorda come Casale in Titulo. Questo, fu un periodo florido per Teolo che iniziò il suo sviluppo economico e urbano diventando così sede di Podestà nel XIII secolo. La Chiesa di S. Giustina è ricordata in un atto del 1297. Con i Comuni di Bresseo e Castelnuovo, costruì il primo castello di Rocca Pendice, unico esempio negli Euganei di fortezza edificata per volontà di libere comunità tra loro associate.

L'antica chiesa di S.Giustina - Teolo
L’agguerrita catena di fortezze costituita dai Castelli di Boccon, Castelnuovo e Rocca Pendice, diede sicurezza ai borghi di Vo’, Boccon, Cortelà e di Zovon, quest’ultimo, risalente ad antica origine, forse longobarda. La toponomastica di Vo’, deriva dal latino "vadum" (guado, porto fluviale). Il ritrovamento in zona di reperti archeologici attesta che Vo' fu colonizzato dai Romani. Dissolto l'Impero di Roma, le terre che lo avevano formato rimasero senza guida e protezione, prede facili dei popoli invasori. Si hanno notizie documentate sull'abitato sin da prima dell'anno Mille, mentre durante il Medioevo due famiglie ebbero il controllo sul territorio: i Maltraversi e i Da Vo'. Il nome di Baone deriva probabilmente dalle feste in onore di Bacco che qui si svolgevano in epoca pre-romana. Verso l'anno Mille è documentata la cessione di Baone come feudo da parte del vescovo di Padova al principe Azzo I marchese di Este. Questi donò a sua volta il feudo verso il 1077 ai Conti Maltraversi di Padova, famiglia nota e assai potente "di legge longobarda". Durante il Medioevo la signoria di Baone regnò incontrastata con un susseguirsi di personaggi in parte illustri, finché nel 1294 il castello, che sorgeva in cima al colle sovrastante l'attuale paese, fu distrutto da Ezzelino da Romano. Con la caduta dei conti di Baone e la fine della tirannia ezzeliniana, il borgo divenne comune e come tutti i comuni rurali fu retto dai capi delle famiglie più importanti sotto la guida di un decano. I marchesi di Este, primi feudatari di Baone, fondarono l'antica Pieve di S. Fidenzio in cima al colle, dove sorgeva il più antico abitato.

Panorama su Lozzo Atestino
Cinto Euganeo è ricordato in un atto del 969. L’origine di tale nome è antichissima. Oltre a leggende locali che lo rimandano a miti greci e romani, il toponimo è fatto derivare da “ad quintum lapidem”, cioè da un’indicazione di distanza (cinque miglia). Il primo nucleo si coagulò probabilmente intorno all’area dell’antica pieve di S. Maria, la quale sorse accanto a una torre di guardia di remota origine. La pieve di S. Maria aveva come cappellania la Chiesa di Cornoleda, intitolata ai Santi Nazario e Celso.

Chiesa di S.Maria della Neve a Bastia di Rovolon

Importanza notevole nel Medioevo aveva il centro di Rovolon sia per le fortezze del suo territorio sia per le altre strutture urbane e civili di cui disponeva. E’ luogo antico, già sede di podestà, culla dell’omonima famiglia medioevale, alla quale apparteneva il castelletto Delle Rocche. Rovolon deriva probabilmente dal nome latino della pianta robus, cioè rovo, ma potrebbe anche essere la voce dialettale roa, rova che invece significa ghiaia e sta a indicare un terreno ghiaioso, franoso. Il nome della sede comunale deriva dalla "bastia", fortificazione costruita nel secolo XIII dai padovani per difendere i loro territori dall'incursione dei vicentini. E quando quel caposaldo fu distrutto dagli Scaligeri, alla località restò il nome di "Alla bastia". Nel 970 il territorio venne donato ai monaci di Santa Giustina dal vescovo di Padova Gauslino. Allora esso era denominato "terreno duro", perché impossibile da coltivare, ma fu poi bonificato e lavorato dai monaci e popolato successivamente dai loro coloni, per i quali i Benedettini costruirono la prima chiesa, dedicata a San Sebastiano. Nell'XI secolo aveva signori locali che vi costruirono un castello, devastato dai Vicentini nel 1198. Nel XIII secolo il paese fu saccheggiato ed incendiato da Ezzelino III da Romano, poi ancora nel XIV secolo dagli Scaligeri ed infine dai Veneziani che lo conquistarono nel 1405. L’agglomerato urbano di Lozzo sorgeva distribuito nella fascia pedemontana con un nucleo tra la Pieve di S. Lorenzo e Carpoforo e i Castelli dei Maltraversi, posti in vicinanza al ponte del Bisatto. Lozzo è ricordato nel 602 quando fu incorporato nel Comitato vicentino dopo la distruzione di Padova.

Faedo con la Chiesa di S.Pietro vista da M.Fasolo
Le poche case sparse a Faedo, (che in antichità veniva chiamato “Pedevenda”) riunite intorno alla Chiesa cappellanaia di S. Pietro, avevano protezione dal forte castello di Pedevenda e dalla casa fortificata dei Delesmanini. Il suo nome deriva da "faggio", albero un tempo molto diffuso in zona. Che Faedo sia stato abitato fin dalla preistoria lo dimostrano oggetti di selce e di corno di cervo rinvenuti in loco. All’ombra del sistema difensivo dei Monti Cinto e Rusta e di una Rocca posta sul Partizzon, si formarono i borghi di Fontanafredda con la pieve di S. Donato, di Viminelle con la cappella dedicata a S. Giacomo e ora non più esistente, di Valnogaredo (che deve il suo nome dall’estesa coltura di noci, chiamate “Nogare”) con la cappella dedicata a S. Bartolomeo e di Cornoleda (da “corniolo”). La frazione di Fontanafredda è così definita per il suo “bagno freddo romano”, una sorgente che sgorga davanti il Municipio. Il suo toponimo è ricordato in un atto del 983: “In Fontanafrigida Caxale Unum”. La Pieve di Luvigliano, nel 1077, con un atto dei vescovi veronesi Benno e Odone, si pose sotto la protezione regale. Così farà la cappella di S. Sabino che riunì a sé il primo nucleo di Torreglia. Dalla pieve di S. Martino di Luvigliano dipendevano le Cappellanie di Torreglia, Galzignano e Valsanzibio. La Chiesa di S. Martino fu demolita nel 1474 dal Vescovo Nicolò Ormeneto per costruire la Villa dei Vescovi, su disegno del Falconetto.

L'abitato di Galzignano
Galzignano è ricordato in un documento di Ottone nel 952: “In Galzignano mansiones tres”. Il borgo si snodò dentro una stretta valle, percorsa dalla Via Cengolina e limitata da pendii molto adatti alla coltivazione della vite. Gli antichi terrazzamenti lungo la Cengolina costituiscono uno degli aspetti più suggestivi degli Euganei. Valsanzibio prese il nome dal convento di S. Eusebio. Nel 1233 troviamo memoria della Chiesa di S. Lorenzo che in tale data doveva essere la parrocchiale. Abano era già famosa in epoca romana per le sue terme. Il nome deriva dal tempio dedicato al dio Aponus, divinità che presiedeva alle acque termali. Nell’evo medio il paese fu signoreggiato dalla potente famiglia dei Conti d’Abano che aveva fondi sparsi in tutti i Colli Euganei. Intorno al 1000 Abano aveva un castello e un monastero, presso la Chiesa di S. Lorenzo. Nei documenti medievali più antichi (dal 1027 al 1188), ciò che oggi corrisponde a Montegrotto Terme appare come un insieme di siti. Nel XII secolo infatti sul Monte Castello, sorgeva il “Castello di Montagnon”; ad esso era collegata la pieve di San Pietro, posta invece ai piedi del limitrofo colle, da essa poi denominato Colle di San Pietro Montagnon; da qui “San Pietro Montagnon” sarà il toponimo che designerà per tutta l’età medievale l’area che corrisponde in parte all’attuale Montegrotto Terme. Le fonti documentarie menzionano il Castello di Montagnon per la prima volta nel 1100, ma si ritiene che fosse più antico; all’epoca comunque apparteneva a Rainerio da Montagnone, esponente di un’eminente famiglia legata ai conti Maltraversi di Castelnuovo. Ai Signori da Montagnon si deve anche la fondazione del vicino monastero di San Daniele negli anni tra il 1076 e il 1078; dello stesso mantennero la giurisdizione anche quando passò tra le proprietà del monastero di San Silvestro di Nonantola, nel 1188. Del resto, per almeno tutto il XII secolo, i da Montagnon rimasero i feudatari di riferimento della zona.

La zona termale vista dal M.Ceva
Il nome di Monselice è di chiara origine latina. Il significato del toponimo "Mons silicis" potrebbe essere "monte della via selciata"(allusione alla via Annia che passava per Monselice), che è la teoria più accreditata, ma potrebbe anche derivare dalle cave di selce per cui la Rocca da sempre è stata oggetto di sfruttamento.

La Rocca di Monselice vista dal M.Cero
La nascita di Monselice come nucleo cittadino risale al V-VI secolo ed è dovuta a una prima fortificazione del colle della Rocca da parte dei Longobardi. Le strutture esistenti vengono ulteriormente potenziate dopo l'invasione dei Franchi, e si compongono, intorno all'anno Mille, di un tessuto abitato discontinuo sulle pendici della Rocca e di un nucleo difensivo a guardia del ponte sull'antico fiume Vigenzone, che passava ai piedi della collina. Nell'XI secolo un aumento della popolazione locale favorisce nuovi insediamenti abitativi e alla metà del XII secolo Monselice viene elevata al rango di Comune, entrando sotto la giurisdizione di Ezzelino da Romano. Questi, amplia e perfezione il sistema di mura, che viene a chiudere completamente il centro abitato. Si devono inoltre ad Ezzelino la ristrutturazione del Mastio sulla sommità della Rocca, la costruzione della Torre civica e l'edificazione del Palazzo oggi detto appunto "di Ezzelino", che costituisce parte importante del Castello di Monselice.  

La Pieve di S.Giustina si affaccia sull'abitato di Monselice
Questo misterioso viaggio nel Medioevo sta per concludersi. Ritorno alla quotidiana realtà e ai problemi di tutti i giorni, portandomi nello zaino un cospicuo bagaglio di informazioni e interessanti curiosità riguardanti gli antichi borghi Euganei. La loro storia , le tradizioni, i nobili personaggi che li hanno attraversati, mi sono stati fedeli compagni in questo affascinante cammino lungo i lastricati e tortuosi sentieri dell’anno Mille. Epoca in cui i Colli Euganei hanno avuto profonde trasformazioni non solo paesaggistiche, ma anche, e soprattutto, sotto l’aspetto agricolo e produttivo, divenendo così un valido supporto per l’economia della vicina Padova.


Alcuni cenni storici sono stati tratti dai volumi “Analisi del paesaggio” di L. Fontana e “I Colli Euganei natura e civiltà” – F. Fasulo


La "Spada nella Roccia" ad Arquà Petrarca